D. ha 23 anni. E' stato in carcere per rapina a mano armata. D. è un rapper. D. ha la pelle nera e i denti bianchissimi. D. usa il passato remoto quando parla nella nostra lingua. D. guarda dritto negli occhi. D. ha deciso che vuole cambiare vita e ha trovato come farlo: grazie a Spotify.
La mia serata inizia senza D. nel ricordo dei bei tempi andati in una città dove bazzico sempre meno. Il mio Traguardo nel passato è un vino geograficamente vicino alla mio nuovo baricentro domestico. Un Soave, un cestino di patatine poco croccanti e l'attesa di un vecchio collega.
Io so perché gli ho detto di sì. Perché ho accettato questa serata che nulla aveva del rendez vous ma è fin da subito stato evidente che era semplicemente lavoro. E' che quello del giornalista non è mai un lavoro, perfino quando lo fai fino alle undici passate di sera, esso ti scivola via dall'orologio impregnandoti l'anima che neanche te ne accorgi. Almeno finché non chiudi la porta e inizi a pensare e scrivere tutto quello che hai ascoltato. A trovare un ordine semantico e sintattico per sciorinare il pensiero.
Quando sono entrata ho visto solo i ventilatori a terra e le luci di Natale. Il producer sembrava un portoricano di sobborgo. D. un ragazzo come tanti: magro, ben vestito, pieno di cose dentro, nero.
La sua storia mi travolge e resto praticamente attonita. Credo a tutto quello che ci dice tranne al fatto che ora ha trovato un lavoro raccomandabile.
D. ha spacciato da quando aveva 13 anni. Quando ci racconta che il suo guadagno minimo era di mille euro a settimana, io balzo dalla sedia e penso immediatamente a quanta fatica ho fatto, nella mia gavetta giornalistica, ad arrivare a 1.500 al mese.
D. voleva essere ricco ma si vergognava di quei soldi perché la famiglia non sapeva. Il frigo vuoto, l'emarginazione, la rabbia, "io non sono come loro", le sue parole sono piene di cliché, eppure messe il sul tavolo, dette senza retorica a muso duro, sembrano diverse. Sembrano più vere.
Alla rapina D. ci arriva perché si sente invincibile e vuole guadagnare sempre di più. Bottino 60 mila. Ne trova 15 mila, li nasconde sotto la giacca. Il suo palo è fuggito e lui decide di prendere il bus per tornare a casa. Ma l'allarme è stato lanciato, i carabinieri lo vedono, lui corre, loro sparano in alto poi lo puntano.
Per la prima volta D. pensa alla sua vita: ma non dice di aver avuto paura. La sua risposta è: "non valeva la pena morire per 15 mila euro".
La frase mi si stampa addosso. Non ha emozione alcuna. E' evidenza. Matematica. Ragione.
Con le manette addosso D. fa il suo esame di coscienza. Decide che quando esce non torna nel giro. Stento a crederci quando mi dice che dentro in carcere ci è rimasto solo 7 giorni. Sette giorni con persone "buone". Questo l'aggettivo di D. per i suoi compagni di cella. Molti sono suoi amici.
Poi un anno ai domiciliari con gli orari. L'incontro col 26 enne producer che non ho ben capito se è bravo o no ma almeno con D. ci ha voluto provare senza rapinargli le tasche.
Ora il primo album di D. è su Spotify. Tornando in auto sento la prima canzone. Capisco poco il testo in inglese, non adoro il genere. Ma D. mi si è cucito addosso fino al cuscino, è ritornato il giorno dopo e vive ancora adesso in queste righe.
Forse quella di D. è una storia che mai avrei scritto quando ero giornalista. Chissà se guadagna più un ragazzo così con qualche bit rappato su Spotify o un neo autore che pubblica un ebook per kindle. La tecnologia ha reso tutto più semplice. D. non farà live, concerti. Per farsi conoscere non ne ha bisogno, ma quanto durerà D. nella memoria delle persone? Per la sua musica, ça va sans dire, non per la sua storia che oggi, per queste poche righe, vale molto di più.
17 luglio 2019
3 luglio 2019
Pont de ferr
Un bicchiere di vino sul terrazzo. Un collega fuori di testa che divora una ciotola di olive in un batter di ciglia. Mezz'ora prima eri lì, in uno dei più lussuosi hotel di Milano, a chattare sul terrazzo con il Brasile. Perfino il cellulare odorava di salsedine. Il tuo naso respirava la Clarins agli agrumi gentilmente offerta dal quattro stelle resort nelle sue toilette. E tu ne hai fatto buon uso in una giornata dove il termometro continuava a segnare 37 gradi a prescindere dalle lancette dell'orologio. Non avevi alcuna avvisaglia di come sarebbe terminata la serata. A messaggiare alle una passate di notte, piena di bollicine, un uomo che non ha avuto filtri velando le sue guance di acqua salata. Quel dolore, regalato con la verità del vino, ti è entrato fino in fondo allo stomaco e te lo sei assorbito e portato a casa con quel retrogusto dolce amaro di essere stata, anche solo per una sera, una confidente. Forse un'amica inaspettata. Forse, come ha detto lui, lo specchio con cui è riuscito a parlare a se stesso.
14 aprile 2019
Le nostre serate scazzo
Da sempre è stato così. Basta guardarsi negli occhi per capirsi e allineare l'intento.
Di norma accade bevendo il primo bicchiere di vino. Diciamo quasi a metà del primo bicchiere. Nell'aria già si sente l'odore del secondo in arrivo anche se non hai ancora pronunciato le parole: "un altro grazie". E' come una miccia: l'insostenibile voglia che quella serata non abbia mai fine.
Noi le chiamiamo le nostre "serate scazzo". Sono quelle in cui non sai mai come va a finire. Non si decide nulla, si pensa e agisce sul momento. Tre bicchieri, solo due? Si cammina, si cena seduti sui gradini, si fanno chilometri in auto, si va a scoprire un nuovo quartiere. "Googliamo i ristoranti in zona". "Prendiamo l'auto e vediamo dove ci porta". "Andiamo giù di qui e vediamo se c'è qualche locale che ci piace". "Che ne dici di non cenare?". Questa è la nostra preferita, perché sappiamo già cosa significa: si va alla ricerca di un super aperitivo rinforzato e poi, immancabilmente, si mangia un gelato. L'abbiamo fatto in qualunque città abbiamo abitato, vissuto, sostato per qualche tempo. La nostra bellezza è che sono 12 anni che andiamo avanti così. E, amore mio, sappilo: sono state le serate più belle mai trascorse. Ricordo ancora quella notte che si tornava da una di queste serate strane, la luna era piena e alta, il cielo scuro ma limpido e te guidavi. Ci siamo guardati e abbiamo pensato di non scendere più dall'auto e non tornare più a casa. Con più coraggio chissà dove saremmo adesso.
Di norma accade bevendo il primo bicchiere di vino. Diciamo quasi a metà del primo bicchiere. Nell'aria già si sente l'odore del secondo in arrivo anche se non hai ancora pronunciato le parole: "un altro grazie". E' come una miccia: l'insostenibile voglia che quella serata non abbia mai fine.
Noi le chiamiamo le nostre "serate scazzo". Sono quelle in cui non sai mai come va a finire. Non si decide nulla, si pensa e agisce sul momento. Tre bicchieri, solo due? Si cammina, si cena seduti sui gradini, si fanno chilometri in auto, si va a scoprire un nuovo quartiere. "Googliamo i ristoranti in zona". "Prendiamo l'auto e vediamo dove ci porta". "Andiamo giù di qui e vediamo se c'è qualche locale che ci piace". "Che ne dici di non cenare?". Questa è la nostra preferita, perché sappiamo già cosa significa: si va alla ricerca di un super aperitivo rinforzato e poi, immancabilmente, si mangia un gelato. L'abbiamo fatto in qualunque città abbiamo abitato, vissuto, sostato per qualche tempo. La nostra bellezza è che sono 12 anni che andiamo avanti così. E, amore mio, sappilo: sono state le serate più belle mai trascorse. Ricordo ancora quella notte che si tornava da una di queste serate strane, la luna era piena e alta, il cielo scuro ma limpido e te guidavi. Ci siamo guardati e abbiamo pensato di non scendere più dall'auto e non tornare più a casa. Con più coraggio chissà dove saremmo adesso.
4 aprile 2019
Con i piedi fermi per terra e lo sguardo rivolto al futuro.
Lo ammetto: adesso sento la stanchezza delle membra. E' una stanchezza che mi oscura il volto, appiattisce lo sguardo, condiziona l'umore e i colori del mio vestire.
Ho respirato tensione. Ho assorbito stress. Ho annusato il sangue non sparso delle battaglie legali.
Ho fatto di tutto perché il fardello non influisse. Non avesse effetti, non venisse somatizzato. Yoga. Aria. Verde. Respiro. Ma ora sono stanca. E per dovere con me stessa lo devo ammettere.
Le cose non sono andate come volevo. Impossibile governare e programmare gli eventi, da tanto non lo facevo più. Ho lasciato che la nuova vita scorresse con il suo nuovo ritmo. Ma sarebbe stato stupendo se l'ultimo mese fosse stato diverso da quello vissuto. Sarebbe stupendo se i prossimi mesi saranno migliori di quelli che ora posso solo immaginare.
Ho respirato tensione. Ho assorbito stress. Ho annusato il sangue non sparso delle battaglie legali.
Ho fatto di tutto perché il fardello non influisse. Non avesse effetti, non venisse somatizzato. Yoga. Aria. Verde. Respiro. Ma ora sono stanca. E per dovere con me stessa lo devo ammettere.
Le cose non sono andate come volevo. Impossibile governare e programmare gli eventi, da tanto non lo facevo più. Ho lasciato che la nuova vita scorresse con il suo nuovo ritmo. Ma sarebbe stato stupendo se l'ultimo mese fosse stato diverso da quello vissuto. Sarebbe stupendo se i prossimi mesi saranno migliori di quelli che ora posso solo immaginare.
25 marzo 2019
Acqua e aceto di mele.
Iniziare la giornata, completamente a digiuno, bevendo un bicchiere di acqua e aceto di mele.
Chi l'avrebbe mai detto, eppure accade da due giorni.
All'inizio il sapore non è granché ma al terzo bicchiere ti sei già abituata.
L'odore invade la pelle e ti sembra di vivere costantemente immersa in un'insalata.
Tutto è iniziato guardandomi allo specchio. Quella lieve sottile pellicola a buccia d'arancia sulle cosce, davanti e dietro. La consapevolezza di averne 40 compiuti. Di anni. L'aver chiaro in mente che nulla sarà veramente risolutivo, nonostante le iniezioni di carbossiterapia, qualche spalmata poco costante di Somatoline, bicchieroni compulsivi di the verde e l'intenzione di una pratica Yoga (con squat allegati) ancora più incessante.
Quindi cosa fai? Inizi a Googlare frasi sparse con molto senso come "buccia d'arancia rimedi naturali".
Sai che non devi bere alcol, sai che devi ingurgitare due litri d'acqua, sai che non devi mangiare tutto quello che ti viene in mente, specie se sei sotto paturnie, un po' stressata o stanca. Ma pesi solo 49 chili e devi trovare un compromesso. Così provi di tutto. Anche l'acqua e aceto di mele che ti spalmi sulle gambe perfino prima di andare a letto, creando un mix inusuale con la crema o l'olio balsamico.
Dicono che bastino solo 15 giorni. Poi stop per due settimane, quindi si riprende il ciclo.
Ho gli occhi fissi al calendario e la voglia di essere, a 40 anni, super come quando ne avevo 20. Manca poco. Me lo sento.
Chi l'avrebbe mai detto, eppure accade da due giorni.
All'inizio il sapore non è granché ma al terzo bicchiere ti sei già abituata.
L'odore invade la pelle e ti sembra di vivere costantemente immersa in un'insalata.
Tutto è iniziato guardandomi allo specchio. Quella lieve sottile pellicola a buccia d'arancia sulle cosce, davanti e dietro. La consapevolezza di averne 40 compiuti. Di anni. L'aver chiaro in mente che nulla sarà veramente risolutivo, nonostante le iniezioni di carbossiterapia, qualche spalmata poco costante di Somatoline, bicchieroni compulsivi di the verde e l'intenzione di una pratica Yoga (con squat allegati) ancora più incessante.
Quindi cosa fai? Inizi a Googlare frasi sparse con molto senso come "buccia d'arancia rimedi naturali".
Sai che non devi bere alcol, sai che devi ingurgitare due litri d'acqua, sai che non devi mangiare tutto quello che ti viene in mente, specie se sei sotto paturnie, un po' stressata o stanca. Ma pesi solo 49 chili e devi trovare un compromesso. Così provi di tutto. Anche l'acqua e aceto di mele che ti spalmi sulle gambe perfino prima di andare a letto, creando un mix inusuale con la crema o l'olio balsamico.
Dicono che bastino solo 15 giorni. Poi stop per due settimane, quindi si riprende il ciclo.
Ho gli occhi fissi al calendario e la voglia di essere, a 40 anni, super come quando ne avevo 20. Manca poco. Me lo sento.
19 febbraio 2019
Rosso vernice
Sono finalmente tornata a leggere un romanzo. Non lo facevo da mesi. Ma finalmente sento che quella linfa mi sta rientrando in circolo. E' la linfa delle parole e del racconto. L'ho fatta tacere perché pensavo mi servisse altro: linguaggio tecnico, scienza numerica, sobrietà british. Ho analizzato bilanci, numeri, ascoltato documentari finanziari in inglese. Ho cercato, come sempre faccio e spesso senza mezze misure, di immergermi nel mio nuovo mondo per sentirmi all'altezza. Di me stessa prima di tutto, dopo il doppio salto carpiato con il trampolino a 10 metri. Non impossibile, ma serve una discreta dose di coraggio. Lo devo riconoscere.
Ma in parte ho sbagliato. Ho pensato che rinnegare quella che ero, la letterata, la scrittrice, una donna di emozioni e sentimenti, fosse il miglior compromesso per entrare in sintonia con il nuovo universo lavorativo. Non è vero e per fortuna me ne sono accorta in tempo per riacciuffare quello che di me hanno sempre tutti apprezzato, qualcuno amato. Io sono questa: mi scorrono le parole nelle dita, adoro il picchiettio dei tasti, mi immergo nelle vite raccontate nei libri, entro in empatia con le persone perché voglio vivere le loro storie ed emozioni per farle mie e poi chiuderle in scrigni preziosi. La mia vita per fortuna ha ancora bisogno di sentimenti ed emozioni. Tocca a me portarle nel mio nuovo lavoro e farle crescere con la consapevolezza che sono fondamentali nei rapporti umani e nelle relazioni.
Ma in parte ho sbagliato. Ho pensato che rinnegare quella che ero, la letterata, la scrittrice, una donna di emozioni e sentimenti, fosse il miglior compromesso per entrare in sintonia con il nuovo universo lavorativo. Non è vero e per fortuna me ne sono accorta in tempo per riacciuffare quello che di me hanno sempre tutti apprezzato, qualcuno amato. Io sono questa: mi scorrono le parole nelle dita, adoro il picchiettio dei tasti, mi immergo nelle vite raccontate nei libri, entro in empatia con le persone perché voglio vivere le loro storie ed emozioni per farle mie e poi chiuderle in scrigni preziosi. La mia vita per fortuna ha ancora bisogno di sentimenti ed emozioni. Tocca a me portarle nel mio nuovo lavoro e farle crescere con la consapevolezza che sono fondamentali nei rapporti umani e nelle relazioni.
10 agosto 2018
Cambiare per crescere
Arriva un momento nella vita in cui capisci che lì, in quella sedia dove sei stato seduto tante lunghe giornate, non ce la fai più a starci seduto. E così ti alzi e vai via.
Ho sempre pensato che, in questo moto dinamico di cambiamento, sono proprio uguale a mio padre. Anzi, spesso ho considerato il fatto che questa inquietudine sia merito o colpa sua.
Sarebbe di certo un merito se vivessi negli Usa, dove la cultura del movimento orizzontale e verticale nel mondo del lavoro è una prassi quotidiana. Ma non lo è in Italia. Il mio fluttuare di azienda, città, redazione è sempre stato un modo, per il sistema, di farmi ripartire da zero. Come se fossi l'ultima delle stagiste, anche se avevo quasi 40 anni. Ma non sono mai ripartita da zero, anzi. Io crescevo, respiravo ambienti, culture, organizzazioni: grandi, piccole, medie, classiche, innovative. Acquisivo competenze. Io sono la stratificazione di tutti gli ambienti che ho cambiato.
Fino ad oggi, però, sono sempre rimasta in una zona di comfort, esprimendomi nel mio ambito professionale di elezione: il giornalismo. Dal 1 agosto 2018 questo comfort non c'è più, o almeno non totalmente.
Ho cambiato passo e direzione, almeno per un po'. Come quella mattina in cui mi trovai a decidere se volevo essere un insegnante di danza o se volevo studiare all'università a tempo pieno per diventare una professionista, e decisi che dovevo immergermi totalmente negli studi. La danza non è mai scomparsa dalla mia vita e a 33 anni sono tornata alla sbarra riprendendomi grandi soddisfazioni, perché quando una passione fa parte del tuo sangue ... beh, non se ne va mai.
E così ho detto arrivederci a un giornalismo stanco e incapace di rinnovarsi, a redazioni che non mi davano la possibilità di crescere, di dimostrare, di mettermi alla prova e di fare davvero bene il mio lavoro. Ho detto basta a un mestiere stanco che annaspa alla ricerca di una direzione fruttuosa dove approdare, al caricamento massivo di agenzie stampa sul web e sulla carta e alla possibilità di fare un lavoro come dio comanda solo una volta e quando c'è spazio. Mi sono ripresa in mano una qualità della vita che avevo perso e adesso me la gioco, pronta a crescere di nuovo. E così, per non dimenticarsi di come si scrive, ho deciso che ridò vita anche a questo blog.
Ho sempre pensato che, in questo moto dinamico di cambiamento, sono proprio uguale a mio padre. Anzi, spesso ho considerato il fatto che questa inquietudine sia merito o colpa sua.
Sarebbe di certo un merito se vivessi negli Usa, dove la cultura del movimento orizzontale e verticale nel mondo del lavoro è una prassi quotidiana. Ma non lo è in Italia. Il mio fluttuare di azienda, città, redazione è sempre stato un modo, per il sistema, di farmi ripartire da zero. Come se fossi l'ultima delle stagiste, anche se avevo quasi 40 anni. Ma non sono mai ripartita da zero, anzi. Io crescevo, respiravo ambienti, culture, organizzazioni: grandi, piccole, medie, classiche, innovative. Acquisivo competenze. Io sono la stratificazione di tutti gli ambienti che ho cambiato.
Fino ad oggi, però, sono sempre rimasta in una zona di comfort, esprimendomi nel mio ambito professionale di elezione: il giornalismo. Dal 1 agosto 2018 questo comfort non c'è più, o almeno non totalmente.
Ho cambiato passo e direzione, almeno per un po'. Come quella mattina in cui mi trovai a decidere se volevo essere un insegnante di danza o se volevo studiare all'università a tempo pieno per diventare una professionista, e decisi che dovevo immergermi totalmente negli studi. La danza non è mai scomparsa dalla mia vita e a 33 anni sono tornata alla sbarra riprendendomi grandi soddisfazioni, perché quando una passione fa parte del tuo sangue ... beh, non se ne va mai.
E così ho detto arrivederci a un giornalismo stanco e incapace di rinnovarsi, a redazioni che non mi davano la possibilità di crescere, di dimostrare, di mettermi alla prova e di fare davvero bene il mio lavoro. Ho detto basta a un mestiere stanco che annaspa alla ricerca di una direzione fruttuosa dove approdare, al caricamento massivo di agenzie stampa sul web e sulla carta e alla possibilità di fare un lavoro come dio comanda solo una volta e quando c'è spazio. Mi sono ripresa in mano una qualità della vita che avevo perso e adesso me la gioco, pronta a crescere di nuovo. E così, per non dimenticarsi di come si scrive, ho deciso che ridò vita anche a questo blog.
Iscriviti a:
Post (Atom)