13 febbraio 2025

Solo un abbraccio, vero.

Sei troppo grigia Milano oggi. E avrei bisogno di un abbraccio vero, di quelli che si percepisce tutto senza emettere fiato. Non chiedo di più.

17 luglio 2024

Welcome back

E' cosi tanto che non scrivo che mi sembra di averci perso l'abitudine. Eppure mi mancava il contatto con il foglio così come la costruzione del pensiero che diventa parola attraverso il ticchettio ritmato dei tasti del computer. 

A volte ho seriamente pensato che la mia scrittura fosse dettata da questo ritmo, perché quando inizio a pigiare la tastiera non riesco davvero a fermarmi.

Ho anche spesso pensato che la mia scrittura fosse indissolubilmente legata ai miei stati d'animo e in particolar modo alle situazioni critiche, difficili ed emotivamente provanti che la vita impone. 

In passato ho scritto se avevo qualcosa da dire a qualcuno. Ho scritto per servizio, ovvero per condividere informazioni utili con altri e ho anche scritto per me stessa, per dirmi qualcosa attraverso un foglio. Talvolta senza capire "cosa" finché non sono arrivata al punto finale. 

Scrivere mi aiuta a comprendere e poi a riflettere e sedimentare. 

La domanda, dunque, è: perché oggi, a distanza di due anni, ho sentito il bisogno di tornare a questo blog e rimettermi a scrivere in un angolo di web sconosciuto a tutti? 

Ieri ho riletto e condiviso un post che avevo fatto anni fa. Oggi non è una data qualunque, è la data in cui io e "te" ci siamo conosciuti, 17 anni fa, per caso, in un treno. 

E' un tempo che mi fa pensare tanto: dove eravamo, dove siamo arrivati e dove stiamo andando.

Sono successe altre cose in questo periodo che hanno mosso le mie viscere in situazioni e momenti diversi e con effetti che, condensati, stiano  uscendo tutti ora, per la prima volta.

Ho fatto un viaggio da sola. Semplice e impegnativo nello stesso tempo. Sono andata via per pochi giorni per imparare una lingua ma ho imparato altre cose. Anche di me. 

Quando sono tornata ho iniziato a comprare libri di carta, dopo anni che leggevo su Kindle. Che per quanto utile e comodo non è, al momento, il mio strumento preferito per leggere. Lo addebitavo ai libri ma è il device che mi stava allontanando dalla lettura e non posso permetterlo.

Negli ultimi due weekend ho vissuto, per interposta persona, il triste sentimento di vedersi alla fine di una vita senza un futuro e un domani migliore del proprio passato. E anche, di nuovo, in un contesto completamente inaspettato, il riaffiorare delle paure con le loro sintomatologie fisiche e gli impatti che hanno sulla quotidianità. Limitanti. Complessi. Imponderabili.

Sono reduce di due film orientali di una chiarezza unica a livello di vita e sentimenti. Li ho visti da sola, li ho digeriti da sola e mi stanno plasmando nuove sensazioni che non sono ancora riuscita a mettere a fuoco. Di certo la semplicità è una di queste, oltre all'essenza delle cose reali per cui vale la pena di esserci e vivere. 

Eccolo, il concetto l'ho trovato. Ho bisogno di piccole emozioni per cui sussultare. Non le voglio fintamente create su un social, non devono essere costruite ad hoc con la liturgia di una serata perfetta o un programma azzeccato. Devono essere banali, forse scontate eppure nuove al mio sentire che devo ben predisporre. Chiedo solo un fruscio, un guizzo autentico. 

Ho ripercorso pagine e pagine di libri ingurgitati con bramosa voglia di essere migliore di quello che ero diventata. Forse, in passato sono stata migliore di quella che sono oggi. La tecnologia e la velocità del mondo mi hanno portato a mettere in secondo piano alcune passioni che richiedono tempo e spazio, e non avendoceli più (il tempo e lo spazio) le ho derubricate se non tolte dalla lista. Ho bisogno di riprenderle per tornare a risentirmi cosi. Viva.

Sento che posso ancora essere migliore di adesso. Quello che mi sta succedendo intorno è un'inattesa riscoperta di cose, in tutti i lati dei sentimenti umani anche nelle loro declinazioni più sorde. Se solo potessi fermare tutto e concedermi il lusso di essere .... di essere ... 

chi voglio essere se non ME?

Ps. e alla fine... sono tornata a Pina Baush.

24 giugno 2021

Simbiosi.

 Io ti sento. Provo il tuo dolore. Lo faccio mio ed è come se fosse capitato a me. 

Come posso aiutarti? Oggi ribalterei il mondo nel senso della giustizia. Non quella delle leggi o delle regole ma della rettitudine che premia gli onesti, le persone capaci, le competenze, chi ha faticato e portato valore; la giustizia che premia l'impegno e anche i buoni. Sì, i buoni. Ma siamo ancora capaci di dare valore al bene e a chi comprende intimamente cos'è il bene privilegiandolo all'utile? 

Oggi ti solleverei dal mondo e dalle sue pene. 

Se potessi trovare il modo per rendere più lieve questa sofferenza che è, prima di tutto, uno spaesamento inerme di fronte a un mondo malato e prevaricante. Un universo malato e tossico, infestato da erba cattiva che va divelta perché invade la terra buona e non permette che lì vi cresca altra vita.

Sopporta, amore e fai in modo che questo male non ti entri nelle viscere. Non permettere loro di farti questo.

24 maggio 2021

zac.

E mi sono tagliata i capelli. Abbastanza da cambiare senza snaturarmi. 

L'ho deciso guardando l'ultima foto che mi è stata scattata, per ragioni di lavoro, da una professionista. La stessa che quasi un anno fa aveva colto di me tutto, anche il più profondo sentimento mal celato dall'espressione di un viso che guardava lontano seppure corrugato al telefono. 

Nella seconda immagine di pochi giorni fa ho rivisto una me stessa diversa. E non mi sono riconosciuta. Ho iniziato a odiare il mio collo. Poi mi sono chiesta quali luci la fotografa avesse attivato per modificare il colore dei  capelli che sembravano quasi biondi e io, invece, mi vedo scura. Poi ho visto la malinconia negli occhi, forse era anche tristezza. E mi sono vista vecchia. Anzi, invecchiata che è diverso. 

Sono in un nuovo frullatore emotivo. Non l'ho cercato io. Me l'hanno imposto.

Potevo far sì che non andasse così dentro le viscere, che non affondasse troppo ma l'ho permesso e il perché è da ricercarsi in un disperato bisogno di aiuto o un appiglio. In questo miscuglio di emozioni che dirompono impetuosamente in lacrime, oramai anche davanti al video, mi sto sforzando di essere autentica e di non farmi di nuovo del male. Svelarsi e contemporaneamente guardarsi bene dentro, comporta opportunità e rischi. Rischi anche di instabilità che rifuggo per sopravvivenza e perché mi costa fatica fisica oltre che mentale. Nell'ultimo mese, me ne sono accorta ieri, ho perso 2 preziosi chili.

Perché dunque io oggi sia di nuovo arrivata a questo punto è la combinazione non casuale di una serie di eventi che ho scelto di non fermare ma di vivere alla mia maniera. Di nuovo, ancora, per l'ennesima volta, fino in fondo.

Non so domani cosa porterà tutto questo. 

Nella prima foto ero vestita di fucsia e volevo gridare al mondo che non ero invisibile. Cercavo attenzione. E mi sono puntata un faro addosso da sola. Era pura estetica: un maquillage tranquillizzante e di sicurezza.

Nella seconda foto ero mesta, chiusa, infelice. Insignificante e spaesata. Vestita di nero, comune, senza un senso. Non gridavo nulla, neanche in silenzio a bocca chiusa. Per quello ho dovuto darmi una scossa.

Iniziamo, dunque, dai capelli. Chissà che sia solo l'inizio di una nuova metamorfosi, non per cambiare ma per essere davvero me stessa. Magari, felice. 


4 maggio 2021

E così mi sono frantumata come un vetro che cade e va in pezzi. 

Incapace di raccogliere i cocci ovvero di comprendere se è meglio cestinare tutto o provare a ricomporre, sapendo che le crepe saranno sempre visibili, mi limito per ora ad osservare impietrita quel disastro lì per terra. 

7 marzo 2021

Il salvataggio

Ieri, 6 marzo 2021, ho celebrato i miei personali 365 giorni a casa. Chiusa in un appartamento del terzo piano, per fortuna con vista sulle colline e un sentiero dietro casa da intraprendere nei momenti di stress per una sana boccata d'aria. Sì, aria. Ho bisogno di aria vera, sulla faccia. Ho bisogno di respirare. 

A distanza di un anno mi accorgo di come il Covid abbia influenzato la mia vita. Mi sono rinchiusa in casa dopo che un decreto mi ha imposto prima di non varcare la soglia, poi di centellinare le uscite, quindi di stare attenta e prendere tutte le precauzioni del caso. In un anno sono passata dal: "non si trovano più le mascherine" a una collezione di tutti i tipi, acquistate anche banalmente agli scaffali del supermercato: nere, grigie, di stoffa, alla moda. Ne abbiamo messe di tutti i colori e di tutte le forme, per capire dopo 365 giorni che forse è il caso di indossarne due; per essere davvero protetti, la regola di base è che devi far fatica a respirare. Siamo passati dai guanti usa e getta, quasi introvabili, agli igienizzanti perpetui che hanno irrigidito ogni pelle dei polpastrelli. Sono rimaste le code fuori dai supermercati, i semafori rossi e i negozi vuoti. D'altronde, non so voi, ma da quando il mio abito quotidiano è la tuta (ovvero il pigiama o degli oramai lisi leggings) non compro più nulla, neanche in internet. Rimettere i tacchi cinque giorni fa mi ha procurato pure il mal di schiena, tanto vi sono disabituata. Ho scordato cosa sia un rossetto, un paio di orecchini e pure il reggiseno. Ma non è solo questo il mio bilancio, a un anno di isolamento. 

Mi mancano due cose: viaggiare e abbracciare le persone. 

Il mio essere veneta non mi ha mai reso il contatto una dinamica favorevole, ma quelle poche persone che avevo voglia di sentire davvero nel loro palpitare quando ti avvicini per odorarne il profumo, mi mancano. Mi manca andare alla scoperta del mondo e delle sue genti e culture. Assaporare il diverso, il lontano. Mi manca conoscere. Mi sto impoverendo, questa è la vera grande eredità del covid che ha reso tecnologico e digitale tutto, ma la tecnologia ci impoverisce. Ho scoperto che il pensiero e quelle poche idee che ancora partorisco nascono quando spengo il video e il cellulare. Quando cammino e mi immergo nel verde, nei colli. Quando respiro.  

Il lavoro ci sta usurando rendendoci più efficienti e costantemente reperibili e operativi. E' vero: sono più efficace di prima, faccio il triplo delle cose. Lo smartworking l'avevo già provato in tempi non sospetti e quando non si chiamava cosi. Lavoravo da casa perché ero precaria, collaboratrice, esterna. Ho fatto la giornalista per anni fuori dalle redazioni che ora sarebbero il mio ufficio. Il luogo dove scrivevo ogni articolo (a volte pure in Autogrill) non influenzava la qualità del lavoro perché non era legato alla redazione in sé ma al mio contatto con il mondo là fuori che raccontavo. Prendevo l'auto e andavo a vedere a sentire con i miei occhi. Ci parlavo davvero con le persone e nella scrittura non emergeva solo ciò che mi dicevano ma l'atmosfera, l'ambiente, i loro occhi, il loro sentimento da me percepito. Il video ci ha tolto tutto questo. L'ha reso arido. Fateci caso: quando non volete far trasparire una vostra emozione o stato d'animo, durante la videocall vi oscurate e spegnete la telecamera. Con la voce il linguaggio non verbale tace. 

E così ci siamo nascosti dal mondo. E io mi sono rifugiata in questo castello. Inizialmente mi ci hanno rinchiuso e ci stavo anche bene. Il pendolarismo disumano mi aveva consumato dentro come la cinghia della mia auto alla terza revisione in un anno e mezzo. Poi è arrivata la paura, quindi la disabitudine, infine la sconsolata evidenza che anche se andavo in ufficio cambiavo solo luogo ma non la modalità: perché ero lì, nelle stanze dell'azienda, ero sempre di fronte ad un video. L'unica differenza era il mio stile, l'abito e una brezza di normalità apparente. 

Non so come uscirò da questo castello. Se qualcuno prima o poi sventolerà un mazzo di fiori e mi farà scendere dalla scala di sicurezza. Da bimbe abbiamo sempre immaginato che, anche a noi, potessero toccare in sorte finali romantici e fiabeschi alla Pretty Woman. Purtroppo da questo appartamento dovrò uscire da sola e dalla scala principale, appena là fuori il mondo tornerà ad avere dei contorni di normalità. Facendomi forza e cercando di recuperare i sapori antichi delle vecchie abitudini analogiche che, spero, il digitale non ci abbia definitivamente privato. 

5 febbraio 2021

Vedere con gli occhi dei bambini

 L'anno scorso, era più o meno a metà di aprile, sorridevo quasi di gusto nel vedere mia nipote di appena due anni correre irrequieta tra le mura di casa urlando a squarciagola, fino a perdere il fiato: coronavirusss. Pensavo: chissà cosa le passa per la mente. E' una demonizzazione o puro divertimento? 

A casa dall'asilo, con tutti gli adulti attorno mascherati e igienizzati, la clausura obbligata, nessuna amica con cui giocare, uscire, parlare, scherzare... che altro doveva fare se non sfogarsi? 

Poi sono arrivate le video e infine le registrazioni vocali. "Ciao Marta, io vado a fare il bagnetto e tu?". File inviati dalle mamme ai rispettivi telefoni per far parlare le due nanette: amiche e compagne di classe, lontane da mesi. 

Non sono mamma ma non avevo mai realmente pensato agli effetti di questa pandemia su questi esserini finché non ho visto tutte e dieci le Barbie sul pavimento dell'entrata, posate e sedute a rigorosa distanza, che guardavano Ken in piedi. Erano a messa. Io, da piccola, mi inventavo giornate di shopping e lavoro per le mie bambole bionde della Mattel. Ma le mie nipoti non avevano altro che la domenica per uscire e respirare il mondo; e cosi è stato per mesi. La messa come unico momento comunitario e sociale da riprodurre nei giochi. 

E ora è il momento dell'ospedale. Con la maschera addosso curano orsacchiotti e bambolotti ammalati di coronavirus. Forse neanche sanno come disegnarlo questo mostro ma mi rendo conto, nelle immagini filmate che mi arrivano a distanza, di quanto potente sia l'impatto su questi frugoletti. Che vedono, assorbono e replicano, per imitazione, una società malata e sola, sempre più povera di stimoli dove la tecnologia poco e male compensa un ginocchio sbucciato per una spinta, un abbraccio dopo una lite a ricreazione, una corsa tra i coriandoli a Carnevale, una festa con venti scalmanati che ti distruggono casa e la vista dei sorrisi dietro le maschere degli adulti. 

Chissà cosa ricorderanno da grandi...