Sei troppo grigia Milano oggi. E avrei bisogno di un abbraccio vero, di quelli che si percepisce tutto senza emettere fiato. Non chiedo di più.
13 febbraio 2025
17 luglio 2024
Welcome back
E' cosi tanto che non scrivo che mi sembra di averci perso l'abitudine. Eppure mi mancava il contatto con il foglio così come la costruzione del pensiero che diventa parola attraverso il ticchettio ritmato dei tasti del computer.
A volte ho seriamente pensato che la mia scrittura fosse dettata da questo ritmo, perché quando inizio a pigiare la tastiera non riesco davvero a fermarmi.
Ho anche spesso pensato che la mia scrittura fosse indissolubilmente legata ai miei stati d'animo e in particolar modo alle situazioni critiche, difficili ed emotivamente provanti che la vita impone.
In passato ho scritto se avevo qualcosa da dire a qualcuno. Ho scritto per servizio, ovvero per condividere informazioni utili con altri e ho anche scritto per me stessa, per dirmi qualcosa attraverso un foglio. Talvolta senza capire "cosa" finché non sono arrivata al punto finale.
Scrivere mi aiuta a comprendere e poi a riflettere e sedimentare.
La domanda, dunque, è: perché oggi, a distanza di due anni, ho sentito il bisogno di tornare a questo blog e rimettermi a scrivere in un angolo di web sconosciuto a tutti?
Ieri ho riletto e condiviso un post che avevo fatto anni fa. Oggi non è una data qualunque, è la data in cui io e "te" ci siamo conosciuti, 17 anni fa, per caso, in un treno.
E' un tempo che mi fa pensare tanto: dove eravamo, dove siamo arrivati e dove stiamo andando.
Sono successe altre cose in questo periodo che hanno mosso le mie viscere in situazioni e momenti diversi e con effetti che, condensati, stiano uscendo tutti ora, per la prima volta.
Ho fatto un viaggio da sola. Semplice e impegnativo nello stesso tempo. Sono andata via per pochi giorni per imparare una lingua ma ho imparato altre cose. Anche di me.
Quando sono tornata ho iniziato a comprare libri di carta, dopo anni che leggevo su Kindle. Che per quanto utile e comodo non è, al momento, il mio strumento preferito per leggere. Lo addebitavo ai libri ma è il device che mi stava allontanando dalla lettura e non posso permetterlo.
Negli ultimi due weekend ho vissuto, per interposta persona, il triste sentimento di vedersi alla fine di una vita senza un futuro e un domani migliore del proprio passato. E anche, di nuovo, in un contesto completamente inaspettato, il riaffiorare delle paure con le loro sintomatologie fisiche e gli impatti che hanno sulla quotidianità. Limitanti. Complessi. Imponderabili.
Sono reduce di due film orientali di una chiarezza unica a livello di vita e sentimenti. Li ho visti da sola, li ho digeriti da sola e mi stanno plasmando nuove sensazioni che non sono ancora riuscita a mettere a fuoco. Di certo la semplicità è una di queste, oltre all'essenza delle cose reali per cui vale la pena di esserci e vivere.
Eccolo, il concetto l'ho trovato. Ho bisogno di piccole emozioni per cui sussultare. Non le voglio fintamente create su un social, non devono essere costruite ad hoc con la liturgia di una serata perfetta o un programma azzeccato. Devono essere banali, forse scontate eppure nuove al mio sentire che devo ben predisporre. Chiedo solo un fruscio, un guizzo autentico.
Ho ripercorso pagine e pagine di libri ingurgitati con bramosa voglia di essere migliore di quello che ero diventata. Forse, in passato sono stata migliore di quella che sono oggi. La tecnologia e la velocità del mondo mi hanno portato a mettere in secondo piano alcune passioni che richiedono tempo e spazio, e non avendoceli più (il tempo e lo spazio) le ho derubricate se non tolte dalla lista. Ho bisogno di riprenderle per tornare a risentirmi cosi. Viva.
Sento che posso ancora essere migliore di adesso. Quello che mi sta succedendo intorno è un'inattesa riscoperta di cose, in tutti i lati dei sentimenti umani anche nelle loro declinazioni più sorde. Se solo potessi fermare tutto e concedermi il lusso di essere .... di essere ...
chi voglio essere se non ME?
Ps. e alla fine... sono tornata a Pina Baush.
24 giugno 2021
Simbiosi.
Io ti sento. Provo il tuo dolore. Lo faccio mio ed è come se fosse capitato a me.
Come posso aiutarti? Oggi ribalterei il mondo nel senso della giustizia. Non quella delle leggi o delle regole ma della rettitudine che premia gli onesti, le persone capaci, le competenze, chi ha faticato e portato valore; la giustizia che premia l'impegno e anche i buoni. Sì, i buoni. Ma siamo ancora capaci di dare valore al bene e a chi comprende intimamente cos'è il bene privilegiandolo all'utile?
Oggi ti solleverei dal mondo e dalle sue pene.
Se potessi trovare il modo per rendere più lieve questa sofferenza che è, prima di tutto, uno spaesamento inerme di fronte a un mondo malato e prevaricante. Un universo malato e tossico, infestato da erba cattiva che va divelta perché invade la terra buona e non permette che lì vi cresca altra vita.
Sopporta, amore e fai in modo che questo male non ti entri nelle viscere. Non permettere loro di farti questo.
24 maggio 2021
zac.
E mi sono tagliata i capelli. Abbastanza da cambiare senza snaturarmi.
L'ho deciso guardando l'ultima foto che mi è stata scattata, per ragioni di lavoro, da una professionista. La stessa che quasi un anno fa aveva colto di me tutto, anche il più profondo sentimento mal celato dall'espressione di un viso che guardava lontano seppure corrugato al telefono.
Nella seconda immagine di pochi giorni fa ho rivisto una me stessa diversa. E non mi sono riconosciuta. Ho iniziato a odiare il mio collo. Poi mi sono chiesta quali luci la fotografa avesse attivato per modificare il colore dei capelli che sembravano quasi biondi e io, invece, mi vedo scura. Poi ho visto la malinconia negli occhi, forse era anche tristezza. E mi sono vista vecchia. Anzi, invecchiata che è diverso.
Sono in un nuovo frullatore emotivo. Non l'ho cercato io. Me l'hanno imposto.
Potevo far sì che non andasse così dentro le viscere, che non affondasse troppo ma l'ho permesso e il perché è da ricercarsi in un disperato bisogno di aiuto o un appiglio. In questo miscuglio di emozioni che dirompono impetuosamente in lacrime, oramai anche davanti al video, mi sto sforzando di essere autentica e di non farmi di nuovo del male. Svelarsi e contemporaneamente guardarsi bene dentro, comporta opportunità e rischi. Rischi anche di instabilità che rifuggo per sopravvivenza e perché mi costa fatica fisica oltre che mentale. Nell'ultimo mese, me ne sono accorta ieri, ho perso 2 preziosi chili.
Perché dunque io oggi sia di nuovo arrivata a questo punto è la combinazione non casuale di una serie di eventi che ho scelto di non fermare ma di vivere alla mia maniera. Di nuovo, ancora, per l'ennesima volta, fino in fondo.
Non so domani cosa porterà tutto questo.
Nella prima foto ero vestita di fucsia e volevo gridare al mondo che non ero invisibile. Cercavo attenzione. E mi sono puntata un faro addosso da sola. Era pura estetica: un maquillage tranquillizzante e di sicurezza.
Nella seconda foto ero mesta, chiusa, infelice. Insignificante e spaesata. Vestita di nero, comune, senza un senso. Non gridavo nulla, neanche in silenzio a bocca chiusa. Per quello ho dovuto darmi una scossa.
Iniziamo, dunque, dai capelli. Chissà che sia solo l'inizio di una nuova metamorfosi, non per cambiare ma per essere davvero me stessa. Magari, felice.
4 maggio 2021
7 marzo 2021
Il salvataggio
Ieri, 6 marzo 2021, ho celebrato i miei personali 365 giorni a casa. Chiusa in un appartamento del terzo piano, per fortuna con vista sulle colline e un sentiero dietro casa da intraprendere nei momenti di stress per una sana boccata d'aria. Sì, aria. Ho bisogno di aria vera, sulla faccia. Ho bisogno di respirare.
A distanza di un anno mi accorgo di come il Covid abbia influenzato la mia vita. Mi sono rinchiusa in casa dopo che un decreto mi ha imposto prima di non varcare la soglia, poi di centellinare le uscite, quindi di stare attenta e prendere tutte le precauzioni del caso. In un anno sono passata dal: "non si trovano più le mascherine" a una collezione di tutti i tipi, acquistate anche banalmente agli scaffali del supermercato: nere, grigie, di stoffa, alla moda. Ne abbiamo messe di tutti i colori e di tutte le forme, per capire dopo 365 giorni che forse è il caso di indossarne due; per essere davvero protetti, la regola di base è che devi far fatica a respirare. Siamo passati dai guanti usa e getta, quasi introvabili, agli igienizzanti perpetui che hanno irrigidito ogni pelle dei polpastrelli. Sono rimaste le code fuori dai supermercati, i semafori rossi e i negozi vuoti. D'altronde, non so voi, ma da quando il mio abito quotidiano è la tuta (ovvero il pigiama o degli oramai lisi leggings) non compro più nulla, neanche in internet. Rimettere i tacchi cinque giorni fa mi ha procurato pure il mal di schiena, tanto vi sono disabituata. Ho scordato cosa sia un rossetto, un paio di orecchini e pure il reggiseno. Ma non è solo questo il mio bilancio, a un anno di isolamento.
Mi mancano due cose: viaggiare e abbracciare le persone.
Il mio essere veneta non mi ha mai reso il contatto una dinamica favorevole, ma quelle poche persone che avevo voglia di sentire davvero nel loro palpitare quando ti avvicini per odorarne il profumo, mi mancano. Mi manca andare alla scoperta del mondo e delle sue genti e culture. Assaporare il diverso, il lontano. Mi manca conoscere. Mi sto impoverendo, questa è la vera grande eredità del covid che ha reso tecnologico e digitale tutto, ma la tecnologia ci impoverisce. Ho scoperto che il pensiero e quelle poche idee che ancora partorisco nascono quando spengo il video e il cellulare. Quando cammino e mi immergo nel verde, nei colli. Quando respiro.
Il lavoro ci sta usurando rendendoci più efficienti e costantemente reperibili e operativi. E' vero: sono più efficace di prima, faccio il triplo delle cose. Lo smartworking l'avevo già provato in tempi non sospetti e quando non si chiamava cosi. Lavoravo da casa perché ero precaria, collaboratrice, esterna. Ho fatto la giornalista per anni fuori dalle redazioni che ora sarebbero il mio ufficio. Il luogo dove scrivevo ogni articolo (a volte pure in Autogrill) non influenzava la qualità del lavoro perché non era legato alla redazione in sé ma al mio contatto con il mondo là fuori che raccontavo. Prendevo l'auto e andavo a vedere a sentire con i miei occhi. Ci parlavo davvero con le persone e nella scrittura non emergeva solo ciò che mi dicevano ma l'atmosfera, l'ambiente, i loro occhi, il loro sentimento da me percepito. Il video ci ha tolto tutto questo. L'ha reso arido. Fateci caso: quando non volete far trasparire una vostra emozione o stato d'animo, durante la videocall vi oscurate e spegnete la telecamera. Con la voce il linguaggio non verbale tace.
E così ci siamo nascosti dal mondo. E io mi sono rifugiata in questo castello. Inizialmente mi ci hanno rinchiuso e ci stavo anche bene. Il pendolarismo disumano mi aveva consumato dentro come la cinghia della mia auto alla terza revisione in un anno e mezzo. Poi è arrivata la paura, quindi la disabitudine, infine la sconsolata evidenza che anche se andavo in ufficio cambiavo solo luogo ma non la modalità: perché ero lì, nelle stanze dell'azienda, ero sempre di fronte ad un video. L'unica differenza era il mio stile, l'abito e una brezza di normalità apparente.
Non so come uscirò da questo castello. Se qualcuno prima o poi sventolerà un mazzo di fiori e mi farà scendere dalla scala di sicurezza. Da bimbe abbiamo sempre immaginato che, anche a noi, potessero toccare in sorte finali romantici e fiabeschi alla Pretty Woman. Purtroppo da questo appartamento dovrò uscire da sola e dalla scala principale, appena là fuori il mondo tornerà ad avere dei contorni di normalità. Facendomi forza e cercando di recuperare i sapori antichi delle vecchie abitudini analogiche che, spero, il digitale non ci abbia definitivamente privato.
5 febbraio 2021
Vedere con gli occhi dei bambini
L'anno scorso, era più o meno a metà di aprile, sorridevo quasi di gusto nel vedere mia nipote di appena due anni correre irrequieta tra le mura di casa urlando a squarciagola, fino a perdere il fiato: coronavirusss. Pensavo: chissà cosa le passa per la mente. E' una demonizzazione o puro divertimento?
A casa dall'asilo, con tutti gli adulti attorno mascherati e igienizzati, la clausura obbligata, nessuna amica con cui giocare, uscire, parlare, scherzare... che altro doveva fare se non sfogarsi?
Poi sono arrivate le video e infine le registrazioni vocali. "Ciao Marta, io vado a fare il bagnetto e tu?". File inviati dalle mamme ai rispettivi telefoni per far parlare le due nanette: amiche e compagne di classe, lontane da mesi.
Non sono mamma ma non avevo mai realmente pensato agli effetti di questa pandemia su questi esserini finché non ho visto tutte e dieci le Barbie sul pavimento dell'entrata, posate e sedute a rigorosa distanza, che guardavano Ken in piedi. Erano a messa. Io, da piccola, mi inventavo giornate di shopping e lavoro per le mie bambole bionde della Mattel. Ma le mie nipoti non avevano altro che la domenica per uscire e respirare il mondo; e cosi è stato per mesi. La messa come unico momento comunitario e sociale da riprodurre nei giochi.
E ora è il momento dell'ospedale. Con la maschera addosso curano orsacchiotti e bambolotti ammalati di coronavirus. Forse neanche sanno come disegnarlo questo mostro ma mi rendo conto, nelle immagini filmate che mi arrivano a distanza, di quanto potente sia l'impatto su questi frugoletti. Che vedono, assorbono e replicano, per imitazione, una società malata e sola, sempre più povera di stimoli dove la tecnologia poco e male compensa un ginocchio sbucciato per una spinta, un abbraccio dopo una lite a ricreazione, una corsa tra i coriandoli a Carnevale, una festa con venti scalmanati che ti distruggono casa e la vista dei sorrisi dietro le maschere degli adulti.
Chissà cosa ricorderanno da grandi...
14 dicembre 2020
Una romantica malinconia in un universo sconquassato
Scrivere unisce due gioie, diceva Pavese, parlare da solo e parlare alla folla. Ed è così che ho sempre inteso l’arte liberatoria della parola scritta, quella che ho scelto (talvolta) di condividere con voi su questa pagina virtuale sperando di non annoiarvi e non appesantirvi con i miei moti d'animo ondosi.
In questi giorni mi sono trovata spesso a riflettere sul senso di stanchezza. Mentale più che fisica. Ho ragionato sul passare dei giorni, sui limiti e sulle possibilità del nostro vivere odierno. Sul groviglio di emozioni che provo, talmente tante e in conflitto tra loro, da non riuscire a snodarsi e fluire consapevolmente né, qualche volta, a trovare una qualche espressione esteriore. Tristezza, rabbia, remissione, debolezza, impotenza, paura. Stanno cedendo anche i miei forti filtri razionali e me ne accorgo quando spengo gli schermi e vedo davvero me stessa. Senza ruoli, senza maschere, senza funzioni.
Sono una delle tante persone che sta cercando un senso all’oggi e indaga sul domani.
Si fa domande. Pensa. Sogna. Sperimenta. Cerca.
Ho sempre sostenuto che la condizione emotiva dell’animo curioso e pensante, sia la malinconia. In passato lo chiamavano umor nero perché se esso prevaleva sugli altri umori del corpo, si sognavano cose paurose e tristi. Personalmente intendo la malinconia nel senso romantico del termine, come uno stato di inquietudine, ‘un intimo dispiacere per un desiderio non appagato’, il senso della noia, un ricordo che rende tristi. Non ho mai temuto la noia, se essa è un'occasione di riposo, e nel tempo ho imparato a gestire positivamente la tristezza, una condizione dell’animo che spesso mi permette di vivere più consapevolmente. La tristezza è come una giornata di pioggia, fa parte dell'ordine delle cose, sai che prima o poi arriverà e potrà durare una mezz'ora, una mezza giornata, due-tre giorni ma poi passa e torna il sole.
Ma il tema che si presenta alle mie viscere oggi è un altro ed è la sensazione malinconica del mio/nostro nuovo essere in questo mondo e di come ci si possa ri-posizionare con un nuovo e prezioso significato in questo universo sconquassato.
L'attesa di questo nuovo domani è più lunga del previsto ed è spossante.
Se nel primo lockdown ci siamo dati una vera occasione di stop e riposo da un cortocircuito inceppato, ora siamo dentro una prova di resistenza umana ed emotiva alla costante ricerca di appigli per non perdere il senso del vivere che, tornando al concetto di malinconia, si nutre oggi di desideri non appagati (pensate al viaggiare nel mondo per esempio), di ricordi tristi (le persone care perse o lontane) e di noia (intere giornate a casa in regioni rosse, arancio o per decreto). Spogliati di tutto il superfluo che ora vediamo così evidentemente vacuo, spogliati dei vestiti eleganti, dei gioielli pesanti, della socialità effimera e riempi tempo ma anche delle buone relazioni e della scoperta del nuovo che può avvenire attraverso un viaggio all'estero, un incontro sul lavoro, una chiacchiera con uno sconosciuto su un treno, siamo rimasti “solo” noi e quello che siamo/valiamo dietro uno schermo in funzione di uno spazio casalingo che condividiamo con la nostra metà, i figli, una famiglia qualunque forma essa abbia. E' in questa intimità che sta la nostra vera forza oggi ma non possiamo chiuderla qui. E' una trincea calda e difensiva, la migliore a nostra disposizione ma il mondo vero resta fuori e, anche se soffre e ora ci è proibito, è lì che torneremo.
18 novembre 2020
Una piccola Gufetta mascherata
16 novembre 2020
Ironia della sorte e realtà
Ironia della sorte e realtà. Un anno fa, dopo settimane di viaggi e cambi di città, di chilometri percorsi in auto, valigie sempre aperte a disposizione e rincorse ai treni in stazione, nell'unico giorno di pausa afferravo plaid e divano, indossavo ciabatte e una comoda tuta e mi chiudevo in casa per ricaricare le batterie. E invece oggi, dopo settimane di lavoro da casa compulsivo e senza orari, senza tacchi e senza orpelli, nell'unico giorno di ferie che mi sono regalata per staccare dalla tecnologia e da ogni schermo luminoso, mi sono truccata, pettinata e vestita "a modino" e sono uscita all'aria aperta in giro tutto il giorno, dimenticandomi di avere due cellulari, un pc, un ipad, un laptop...
6 novembre 2020
Cambiare ... in punta di piedi
Questo è un acquerello che mi hanno regalato molti anni fa. Si intitola "CAMBIAMENTO". E' un piccolo cartoncino di carta, un vecchio biglietto augurale, che ho scelto di incorniciare e portare con me in ogni trasloco. Oggi è lì, attaccato alla parete del corridoio. In questi giorni mi sono ricordata il motivo per cui l'ho conservato, dandogli la dignità di un quadro.
L'immagine è inquietante: la donna che si spoglia di una veste bianca ha il volto piatto. Non trasuda alcuna emozione se non quella di smarrimento, quasi atterrito, dipinto in due occhi grandi, spalancati e lontani.
Lo sfondo è nero. I piedi sono storti. Nulla è rassicurante.
Ma bisogna addentrarsi nell'immagine e scrutarne i dettagli per capire. Ecco, già al tempo furono proprio loro a colpirmi: il colore del vestito sottostante rosso fuoco, l'unica nota di colore di tutto l'insieme ma anche i talloni alzati quasi a volersi elevare, andare più sù.. e chi fa danza come me, sa che ogni relevé richiede la ricerca di un nuovo baricentro ed equilibrio.
Stare sulle mezze punte è fatica, anche fisica ma è anche un modo per elevarsi e raggiungere una nuova dimensione di eleganza, aumentare le possibilità di movimento e compiere passi e salti che diversamente sarebbe difficile fare... il che spiega perché nel classico si balla in punta dei piedi.
Questo acquerello dice tutto questo. Io ci leggo questo. Ma ognuno può avere una diversa interpretazione. Forse quello che io vedo è il significato profondo che attribuisco alla parola cambiamento.
Cambiare è la cosa più complessa che si possa chiedere a un essere umano, a un'organizzazione, a un sistema economico o sociale. I tempi del cambiamento sono lenti, graduali e hanno molte fasi di assestamento, talvolta anche di ritorno o remissione. Ma io credo che non possiamo nasconderci dietro gli schermi dei nostri monitor, con le telecamere chiuse e non metterci in gioco anche in questo terribile momento.
Cambieremo dopo il Covid? Sì. Ma stiamo già cambiando: qualcuno se n'è accorto, altri no. Qualcuno crede torneremo allo status quo ante, altri (pochi) stanno accelerando su nuovi futuri. Non è solo consumismo (come e dove compreremo e se compreremo) non è solo una diversa modalità di lavoro (2-3 giorni a casa, più flessibilità), un nuovo modo di produrre (filiere più corte, più sostenibile) o un nuovo modo di relazionarsi (sempre più virtuale e meno "umano").
Il Covid, in quell'acquerello, è lo sfondo nero attorno a ognuno di noi. Ci stiamo togliendo un vestito, alzando le mani al cielo con i piedi contorti... forse non tutti avremo un nuovo "dress code" da mostrare per urlare al mondo chi siamo diventati... ma io lo sto già cercando.
27 ottobre 2020
Essere fragili.
Ci ho messo un po' a riconoscere l'origine della malinconia e anche dell'inquietudine che adombrano da ieri le mie giornate. Non è l'autunno, i cui colori e odori, stranamente caldi, sono un toccasana per gli occhi e la mente. Non è la temperatura che, comunque, sfiora i 19 gradi nelle ore centrali della giornata. Non è il cambio d'ora che ha allungato i miei sonni profondi ma inquieti. Né quella sottile umidità che ancora non riesce a pesare come un macigno sulle ossa.
Non è nulla che ha a che fare con ciò che ci circonda e mi attornia. E' la nuova prospettiva che si è insinuata nel cuore più che nei neuroni attenti ai Tg e all'informazione totalizzante.
Nulla sembra essere fisicamente cambiato dall'altro giorno ma non è così. L'estate italiana è stata una boccata d'aria affollata e pura: un desiderato ritorno alla normalità della nostra vita sociale più che personale. Abbiamo respirato i profumi dei cibi ai ristoranti, le nuove stoffe nei negozi, il damasco dei teatri, la moquette dei vecchi cinema, l'asfalto a bordo di una bici o seduti a un tavolino in mezzo alla gente, con la maschera di tessuto in tasca, le mani vischiose e quel senso di "finalmente" tutto è apposto. Abbiamo assaporato, complici le vacanze, la bontà del giusto mezzo: un equilibrio inaspettato tra la vita che ci ricordavamo e il nuovo mood di semplicità imposto dal covid e dai mesi di lockdown.
A settembre ci siamo imbizzarriti, saltando su due piedi spaventati da un topolino. Abbiamo stra-fatto sperando che i raggi Uva e Uvb di una lunga estate potessero sconfiggere il covid ancora per un po'. Abbiamo sognato a occhi chiusi, scodinzolando qua e là, su e giù, a destra e a manca; ma ora quel virus ci ha riaperto entrambi i fanali sull'inevitabile. Abbiamo vissuto una bolla di incoscienza e forse di non curanza, nel senso che non ci volevamo porre il problema... fin quando non ci abbiamo sbattuto la faccia.
Ecco qua: ci abbiamo sbattuto e siamo balzati all'indietro con un solo salto. Lo sappiamo tutti, ce lo sentiamo dentro, nel profondo: torneremo con l'animo a come ci sentivamo a marzo. Anzi no, ad aprile. perché a marzo era tutto nuovo, inaspettato e incomprensibile, mentre ad aprile avevamo capito. Ma forse sarà peggio. Ora non siamo in lockdown, viviamo una nuova epoca, quella del: "vivamente sconsigliato", "severamente raccomandato" .. ma da qui al divieto è un attimo. Si accavallano nella mente le storie dell'estetista che ha chiuso, del titolare dell'agenzia di viaggi in fallimento, della consulente HR a partita Iva a casa senza clienti, del proprietario della piccola palestra in affanno in cerca di un possibile futuro sostenibile. Non sono le notizie che vedo/sento in tv e che so a volte, essere forzate, costruite a tesi. Sono amici e conoscenti. Sono veri. Sono vicini. Sono reali.
Sono malinconica perché, anche se mi sforzo di trovare qualcosa di positivo in questo ritorno a una dimensione privata e casalinga - anche se oramai mi è chiaro che non è né sarà lenta né sostenibile - temo per il nostro futuro. Temo per la salute mia e della mia famiglia. E temo anche per la tenuta di questo complicato sistema alle prese con un secondo round più difficile del primo; perché la catena delle disgrazie e l'effetto sociale anche di una sola chiusura, di un fallimento, di un "stacco la spina" sarà maggiore rispetto alla primavera.
Sappiamo dunque tutti cosa ci aspetta. E spero di non doverlo affrontare ma mi sento fragile e colpibile. Mi sento senza difese se non quella dell'isolamento. Ma quando mai isolarsi e non avere contatti, legami, scambi è stato il modo corretto per affrontare il mondo con tutte le sue drammatiche sfumature, contraddizioni e paure?
14 ottobre 2020
Il profumo del tempo perduto
Le ho intravviste in un angolo nascosto del negozio e non ho potuto farne a meno. Le ho comprate. Oggi la cucina profuma di patate dolci o, come le chiamavi te, patate americane.
Mentre ne mangiavo una con un cucchiaino, ancora calda e bollente, appena sollevata dall'acqua di bollitura sono tornata indietro di oltre 35 anni a quelle giornate dove tutto sapeva di semplicità. A quei sapori autentici e perduti con cui sono cresciuta grazie a te.
Il pane ripieno di burro e zucchero. La torta di fecola. Il caffè filtrato e riscaldato sopra la stufa. Le castagne lessate di cui non si riusciva a togliere la buccia e le favoine che tutti chiamano lupini, con un po' di sale sopra. L'arrotolato di patate e spinaci che servivi col sugo e che facevi solo te. I ghiacciolini colorati alla fanta con gli stecchini nel porta ghiaccio del freezer. Gli schioppetti, che per gli altri sono popcorn, con le pannocchie vere che noi sgranavamo per tenerci impegnate. Il brodo con tutte le sue frattaglie, alcune orride solo agli occhi ma quanto mi piaceva il riso coi durelli di pollo. E poi le patate americane che diventavano una torta, in quell'unico tegame di metallo, che sfidava a bontà la pinza onta con i ciccioli.
Questa eri tu, nonna. E oggi, con questo odore buono in cucina, sono ritornata a quei giorni, in cui bastava una bici scassata per girare attorno alla casa, una paletta per giocare in giardino, un cagnolino abbandonato per condividere le coccole e qualche fiaba sui generis inventata sul momento per aprire mondi magici prima di un sonno che sempre tardava a venire.
28 settembre 2020
Ctrl+alt+canc
Riapre la scuola, si chiudono le valigie nell'armadio e la bici in garage. Ci si rifà qualche tessera, un nuovo abbonamento. Un diverso e più quieto look.
Perfino l'orologio si appresta a muovere le sue lancette mangiando tempo mentre il lino cede alla lana e aumentano i gradi del cibo sul piatto e sulla pelle. Pronti a rimettersi in coda per andare in ogni dove, con l'ombrello a portata di mano e una sciarpa in borsa.
Accade tutto velocemente, in fretta. Anche il nostro corpo fatica ad abituarsi, a partire dai piedi nostalgicamente infreddoliti e ghiacci ma con addosso (ancora) le infradito.
E così riparte anche il lavoro. A mille.
Come un computer inceppato, dopo un ctrl-alt-canc digitato in malo modo sbuffando, lo schermo riacquista la sua luce e in un sol colpo si riaprono tutte le finestre che avevi lasciato aperto e che, per un sol attimo, si erano bloccate, congelate, freezate come ci ha insegnato il nuovo vocabolario delle videocall quando tutti parlano e qualcuno, per colpa della rete, resta immobile, fisso, disconnesso con una posa plastica da ghiacciolo in freezer.
Eppure questo settembre è ripartito più veloce del solito. Ma non è colpa del calendario che segue ritmi codificati e atavici. Dopo mesi di clausura (ops lockdown) e dopo lo sfogo estivo quasi liberatorio, sicuramente disordinato, siamo oggi tesi tra due forze centrifughe che ci rimandano a due opposte pulsioni che tuttavia generano lo stesso effetto: fare e correre. Correre e fare.
Vogliamo guadagnare il tempo perduto dopo mesi di pigiama party e video esasperanti, riprenderci il peso delle relazioni umane, riallacciarci alla vita aziendale e alle sue informazioni stanchi di essere fuori da tutto, tranne che dal nostro mondo.
E vogliamo il carpe diem: accelerare ora, subito, adesso. Fare tutto il possibile nel meno tempo possibile perché fra un mese potrebbero rinchiuderci in casa e allora... sappiamo già cosa ci aspetta perché lo abbiamo sperimentato.
E cosi questo settembre sposa l'atavica propulsione italiana al rimbocco di maniche post sollazzo agostano, mese dove di consuetudine questo Paese (intero) si blocca, al nuovo senso di recupero sociale post e pre-lockdown. Con l'effetto di essere più stanchi di sempre. Perché a questi ritmi (non operativi) ma fisici, a questo trantràn di saliscendi da città, treni, aerei, a questo traffico, ai clacson ... ci eravamo anche disabituati.
24 settembre 2020
Sfumano le lentiggini dal viso
E' arrivato il primo freddo, che in realtà è solo una diversa gradazione dell'aria, ma il corpo già si sta abituando a nuovi pesi, nuovi cibi, diverse abitudini e ritmi. Sfumano le lentiggini dal viso e pian piano ritorna il candore dopo i deboli rossi estivi. La pancia sente il bisogno di caldo, le gambe di un plaid morbido sul divano. Si ripongono i sandali e le infradito, la pelle nuda si sente a disagio senza una copertura velata. Si sciolgono nuovamente i capelli, le grucce dell'armadio cambiano tavolozza tra il sapore del mosto e l'odore delle castagne sul fuoco, bruciacchiate sul listone a tarda notte. Il giallo fluo si rinchiude dentro le ante, il rosso fragola delle labbra cede al rosa tenue della melagrana e anche le unghie mutano la loro veste accesa. Sfioriscono i luccicori dei bijou e le rose, il gelsomino vira sull'arancio; la sera imbrunisce già a tardo pomeriggio, la luce si fa debole, l'aria torna a odorare di vento e i prati di pioggia. Ritorna la nostalgia malinconica di questa stagione che appartiene più a te che a me che sono nata nel torrido luglio, tra i 40 gradi di una valle afosa. Eppure mai come quest'anno, l'autunno mi sembra la stagione perfetta: una via di mezzo tra due estremi, una piccola pausa di transizione capace di rendere questo contingente una piacevole attesa di ciò che verrà.

