17 luglio 2013

17 luglio 2007 - NOI

In stazione arrivò alle 16 e cinquanta. Giusto in tempo per prendere l’Eurostar già prenotato. Al binario una folla di gente indescrivibile rivolta con il naso all’insù. Alzò il collo e l’occhio cadde subito al rigo esatto: sessanta minuti di ritardo. Troppi per aspettare al caldo con il ferro esalante, l’adrenalina in corpo e la cena di laurea di lì a quattro ore che richiedeva una preparazione accurata. Soprattutto per nascondere la piccola imperfezione sbucata all’improvviso sul mento.
Tornò con lo sguardo al tabellone e vide un’Intercity in partenza dal binario sette. Corse togliendosi la giacca per il caldo. La raffazzonò nella borsa. Davanti all’ingresso dell’ultima carrozza il controllore. Fu più forte di lei e le parole uscirono incontenibili. Non ci aveva pensato nemmeno un attimo di fare la furba indisturbata né d’altronde di beccarsi una sonora multa. Così chiese diretta: «Posso salire anche con il biglietto dell’Eurostar? Sa è in ritardo e io..» «Sì, signora - le rispose bloccandola proprio mentre stava dando il meglio di sé sulle scuse inventate - sono saliti praticamente tutti. Troverà pieno ma si sbrighi che stiamo partendo».
Salì. Tre gradini e poi un fiume di gente nel corridoio. Stretta dal caldo si fece spazio e si incanalò. Uno, due, tre passi. Prima, seconda e terza carrozza. Nella terza però l’aria condizionata non funzionava più, segno che si era arrivati ai piani bassi: cominciava la seconda classe. Non c’era un posto libero. E già sapeva che avrebbe viaggiato tre ore in piedi. In testa le frullavano mille pensieri: il contratto, quel bacio che non l’aveva emozionata, il lavoro che avrebbe iniziato domani, e la cena di laurea e a cui sicuramente sarebbe arrivata di corsa e in ritardo.
Poi lui si girò.
«Che fa signorina, mi segue?»
Rapida, razionale come al solito. «Ma le pare? Sono in fila». «sa che le dico, io tornerei alla prima carrozza che fa più fresco, siamo in prima classe e c’è più spazio così si fa due chiacchiere. Che dice?»

In quel momento tre cose colpirono la sua mente: la c aspirata (era chiaramente toscano), quel sorriso a denti bianchi rassicurante e due occhi azzurri e grandi in grado di spalancare anche i suoi. Fino a due secondi prima era solo un completo gessato visto di spalle. Un uomo moro, alto un metro e ottanta che procedeva lento con a mano una cartella di pelle nera. Scarpe nere ben lucidate e camicia a maniche lunghe. «Va bene», disse. E si girò. A quel punto fu lui a seguire lei.