Iniziare la giornata, completamente a digiuno, bevendo un bicchiere di acqua e aceto di mele.
Chi l'avrebbe mai detto, eppure accade da due giorni.
All'inizio il sapore non è granché ma al terzo bicchiere ti sei già abituata.
L'odore invade la pelle e ti sembra di vivere costantemente immersa in un'insalata.
Tutto è iniziato guardandomi allo specchio. Quella lieve sottile pellicola a buccia d'arancia sulle cosce, davanti e dietro. La consapevolezza di averne 40 compiuti. Di anni. L'aver chiaro in mente che nulla sarà veramente risolutivo, nonostante le iniezioni di carbossiterapia, qualche spalmata poco costante di Somatoline, bicchieroni compulsivi di the verde e l'intenzione di una pratica Yoga (con squat allegati) ancora più incessante.
Quindi cosa fai? Inizi a Googlare frasi sparse con molto senso come "buccia d'arancia rimedi naturali".
Sai che non devi bere alcol, sai che devi ingurgitare due litri d'acqua, sai che non devi mangiare tutto quello che ti viene in mente, specie se sei sotto paturnie, un po' stressata o stanca. Ma pesi solo 49 chili e devi trovare un compromesso. Così provi di tutto. Anche l'acqua e aceto di mele che ti spalmi sulle gambe perfino prima di andare a letto, creando un mix inusuale con la crema o l'olio balsamico.
Dicono che bastino solo 15 giorni. Poi stop per due settimane, quindi si riprende il ciclo.
Ho gli occhi fissi al calendario e la voglia di essere, a 40 anni, super come quando ne avevo 20. Manca poco. Me lo sento.
25 marzo 2019
19 febbraio 2019
Rosso vernice
Sono finalmente tornata a leggere un romanzo. Non lo facevo da mesi. Ma finalmente sento che quella linfa mi sta rientrando in circolo. E' la linfa delle parole e del racconto. L'ho fatta tacere perché pensavo mi servisse altro: linguaggio tecnico, scienza numerica, sobrietà british. Ho analizzato bilanci, numeri, ascoltato documentari finanziari in inglese. Ho cercato, come sempre faccio e spesso senza mezze misure, di immergermi nel mio nuovo mondo per sentirmi all'altezza. Di me stessa prima di tutto, dopo il doppio salto carpiato con il trampolino a 10 metri. Non impossibile, ma serve una discreta dose di coraggio. Lo devo riconoscere.
Ma in parte ho sbagliato. Ho pensato che rinnegare quella che ero, la letterata, la scrittrice, una donna di emozioni e sentimenti, fosse il miglior compromesso per entrare in sintonia con il nuovo universo lavorativo. Non è vero e per fortuna me ne sono accorta in tempo per riacciuffare quello che di me hanno sempre tutti apprezzato, qualcuno amato. Io sono questa: mi scorrono le parole nelle dita, adoro il picchiettio dei tasti, mi immergo nelle vite raccontate nei libri, entro in empatia con le persone perché voglio vivere le loro storie ed emozioni per farle mie e poi chiuderle in scrigni preziosi. La mia vita per fortuna ha ancora bisogno di sentimenti ed emozioni. Tocca a me portarle nel mio nuovo lavoro e farle crescere con la consapevolezza che sono fondamentali nei rapporti umani e nelle relazioni.
Ma in parte ho sbagliato. Ho pensato che rinnegare quella che ero, la letterata, la scrittrice, una donna di emozioni e sentimenti, fosse il miglior compromesso per entrare in sintonia con il nuovo universo lavorativo. Non è vero e per fortuna me ne sono accorta in tempo per riacciuffare quello che di me hanno sempre tutti apprezzato, qualcuno amato. Io sono questa: mi scorrono le parole nelle dita, adoro il picchiettio dei tasti, mi immergo nelle vite raccontate nei libri, entro in empatia con le persone perché voglio vivere le loro storie ed emozioni per farle mie e poi chiuderle in scrigni preziosi. La mia vita per fortuna ha ancora bisogno di sentimenti ed emozioni. Tocca a me portarle nel mio nuovo lavoro e farle crescere con la consapevolezza che sono fondamentali nei rapporti umani e nelle relazioni.
10 agosto 2018
Cambiare per crescere
Arriva un momento nella vita in cui capisci che lì, in quella sedia dove sei stato seduto tante lunghe giornate, non ce la fai più a starci seduto. E così ti alzi e vai via.
Ho sempre pensato che, in questo moto dinamico di cambiamento, sono proprio uguale a mio padre. Anzi, spesso ho considerato il fatto che questa inquietudine sia merito o colpa sua.
Sarebbe di certo un merito se vivessi negli Usa, dove la cultura del movimento orizzontale e verticale nel mondo del lavoro è una prassi quotidiana. Ma non lo è in Italia. Il mio fluttuare di azienda, città, redazione è sempre stato un modo, per il sistema, di farmi ripartire da zero. Come se fossi l'ultima delle stagiste, anche se avevo quasi 40 anni. Ma non sono mai ripartita da zero, anzi. Io crescevo, respiravo ambienti, culture, organizzazioni: grandi, piccole, medie, classiche, innovative. Acquisivo competenze. Io sono la stratificazione di tutti gli ambienti che ho cambiato.
Fino ad oggi, però, sono sempre rimasta in una zona di comfort, esprimendomi nel mio ambito professionale di elezione: il giornalismo. Dal 1 agosto 2018 questo comfort non c'è più, o almeno non totalmente.
Ho cambiato passo e direzione, almeno per un po'. Come quella mattina in cui mi trovai a decidere se volevo essere un insegnante di danza o se volevo studiare all'università a tempo pieno per diventare una professionista, e decisi che dovevo immergermi totalmente negli studi. La danza non è mai scomparsa dalla mia vita e a 33 anni sono tornata alla sbarra riprendendomi grandi soddisfazioni, perché quando una passione fa parte del tuo sangue ... beh, non se ne va mai.
E così ho detto arrivederci a un giornalismo stanco e incapace di rinnovarsi, a redazioni che non mi davano la possibilità di crescere, di dimostrare, di mettermi alla prova e di fare davvero bene il mio lavoro. Ho detto basta a un mestiere stanco che annaspa alla ricerca di una direzione fruttuosa dove approdare, al caricamento massivo di agenzie stampa sul web e sulla carta e alla possibilità di fare un lavoro come dio comanda solo una volta e quando c'è spazio. Mi sono ripresa in mano una qualità della vita che avevo perso e adesso me la gioco, pronta a crescere di nuovo. E così, per non dimenticarsi di come si scrive, ho deciso che ridò vita anche a questo blog.
Ho sempre pensato che, in questo moto dinamico di cambiamento, sono proprio uguale a mio padre. Anzi, spesso ho considerato il fatto che questa inquietudine sia merito o colpa sua.
Sarebbe di certo un merito se vivessi negli Usa, dove la cultura del movimento orizzontale e verticale nel mondo del lavoro è una prassi quotidiana. Ma non lo è in Italia. Il mio fluttuare di azienda, città, redazione è sempre stato un modo, per il sistema, di farmi ripartire da zero. Come se fossi l'ultima delle stagiste, anche se avevo quasi 40 anni. Ma non sono mai ripartita da zero, anzi. Io crescevo, respiravo ambienti, culture, organizzazioni: grandi, piccole, medie, classiche, innovative. Acquisivo competenze. Io sono la stratificazione di tutti gli ambienti che ho cambiato.
Fino ad oggi, però, sono sempre rimasta in una zona di comfort, esprimendomi nel mio ambito professionale di elezione: il giornalismo. Dal 1 agosto 2018 questo comfort non c'è più, o almeno non totalmente.
Ho cambiato passo e direzione, almeno per un po'. Come quella mattina in cui mi trovai a decidere se volevo essere un insegnante di danza o se volevo studiare all'università a tempo pieno per diventare una professionista, e decisi che dovevo immergermi totalmente negli studi. La danza non è mai scomparsa dalla mia vita e a 33 anni sono tornata alla sbarra riprendendomi grandi soddisfazioni, perché quando una passione fa parte del tuo sangue ... beh, non se ne va mai.
E così ho detto arrivederci a un giornalismo stanco e incapace di rinnovarsi, a redazioni che non mi davano la possibilità di crescere, di dimostrare, di mettermi alla prova e di fare davvero bene il mio lavoro. Ho detto basta a un mestiere stanco che annaspa alla ricerca di una direzione fruttuosa dove approdare, al caricamento massivo di agenzie stampa sul web e sulla carta e alla possibilità di fare un lavoro come dio comanda solo una volta e quando c'è spazio. Mi sono ripresa in mano una qualità della vita che avevo perso e adesso me la gioco, pronta a crescere di nuovo. E così, per non dimenticarsi di come si scrive, ho deciso che ridò vita anche a questo blog.
2 luglio 2014
Un giorno da ricordare
Andata 8,29 Verona-Venezia.
Ritorno 11.50 Venezia-Verona.
Cinque semplici firme in un documento incomprensibile tradotto su google traslate in ufficio.
Un appartamento dopo cinque ponti a destra. E una signora pronta ad accoglierti.
Una calcolatrice per rapportare le corone agli euro e scoprirti più povero di reddito.
La ricerca di un punto Dhl vicino per una spedizione internazionale assicurata.
Io so solo questo, ma mi basta. Oggi è un giorno speciale per noi.
Che, come tutto nella nostra vita, mette insieme tristezza e felicità.
Oggi è un nuovo inizio. Ne abbiamo avuti tanti. Ma questo... (finally) ha cinque firme.
Ritorno 11.50 Venezia-Verona.
Cinque semplici firme in un documento incomprensibile tradotto su google traslate in ufficio.
Un appartamento dopo cinque ponti a destra. E una signora pronta ad accoglierti.
Una calcolatrice per rapportare le corone agli euro e scoprirti più povero di reddito.
La ricerca di un punto Dhl vicino per una spedizione internazionale assicurata.
Io so solo questo, ma mi basta. Oggi è un giorno speciale per noi.
Che, come tutto nella nostra vita, mette insieme tristezza e felicità.
Oggi è un nuovo inizio. Ne abbiamo avuti tanti. Ma questo... (finally) ha cinque firme.
8 ottobre 2013
Nuove apnee
La mia nuova apnea non ha a che fare con l'acqua, nonostante sia tornata dopo anni a immergere le mie membra in piscina e muovermi sollevata senza peso. Oggi il mio ruolo al lavoro è cambiato. Sono in gabbia come ha ben detto una delle mie più care amiche. Anzi l'unica, perché mi è rimasta solo lei, adesso. La mia nuova apnea consiste nel lavorare con le cuffie e la musica nelle orecchie. Non è stato facile abituarsi, ma ora se lavoro e ascolto altro non sento le voci che non voglio sentire. Non sento le voci e quella 's' stridula che non sopporto. Non sento gli yes man e le yes girl nonché amanti del capo (vere e presunte) ridacchiare quasi per sforzo. Non sento le grandi cavolate che si spendono al telefono e i falsi convenevoli. Non sento la mediocrità delle persone con cui lavoro e che sopporto a mala pena alla vista, giacché oramai hanno deciso che mi scrivono mail, anche se sono a un metro di distanza da loro. Non sento nulla. Ma sorrido perché nonostante tutto quello che credono e mi han fatto, io non sento niente. E sorrido ancora di più perché so che a loro dà fastidio.
17 luglio 2013
17 luglio 2007 - NOI
In stazione arrivò alle 16 e cinquanta. Giusto in tempo per prendere l’Eurostar già prenotato. Al binario una folla di gente indescrivibile rivolta con il naso all’insù. Alzò il collo e l’occhio cadde subito al rigo esatto: sessanta minuti di ritardo. Troppi per aspettare al caldo con il ferro esalante, l’adrenalina in corpo e la cena di laurea di lì a quattro ore che richiedeva una preparazione accurata. Soprattutto per nascondere la piccola imperfezione sbucata all’improvviso sul mento.
Tornò con lo sguardo al tabellone e vide un’Intercity in partenza dal binario sette. Corse togliendosi la giacca per il caldo. La raffazzonò nella borsa. Davanti all’ingresso dell’ultima carrozza il controllore. Fu più forte di lei e le parole uscirono incontenibili. Non ci aveva pensato nemmeno un attimo di fare la furba indisturbata né d’altronde di beccarsi una sonora multa. Così chiese diretta: «Posso salire anche con il biglietto dell’Eurostar? Sa è in ritardo e io..» «Sì, signora - le rispose bloccandola proprio mentre stava dando il meglio di sé sulle scuse inventate - sono saliti praticamente tutti. Troverà pieno ma si sbrighi che stiamo partendo».
Salì. Tre gradini e poi un fiume di gente nel corridoio. Stretta dal caldo si fece spazio e si incanalò. Uno, due, tre passi. Prima, seconda e terza carrozza. Nella terza però l’aria condizionata non funzionava più, segno che si era arrivati ai piani bassi: cominciava la seconda classe. Non c’era un posto libero. E già sapeva che avrebbe viaggiato tre ore in piedi. In testa le frullavano mille pensieri: il contratto, quel bacio che non l’aveva emozionata, il lavoro che avrebbe iniziato domani, e la cena di laurea e a cui sicuramente sarebbe arrivata di corsa e in ritardo.
Poi lui si girò.
«Che fa signorina, mi segue?»
Rapida, razionale come al solito. «Ma le pare? Sono in fila». «sa che le dico, io tornerei alla prima carrozza che fa più fresco, siamo in prima classe e c’è più spazio così si fa due chiacchiere. Che dice?»
In quel momento tre cose colpirono la sua mente: la c aspirata (era chiaramente toscano), quel sorriso a denti bianchi rassicurante e due occhi azzurri e grandi in grado di spalancare anche i suoi. Fino a due secondi prima era solo un completo gessato visto di spalle. Un uomo moro, alto un metro e ottanta che procedeva lento con a mano una cartella di pelle nera. Scarpe nere ben lucidate e camicia a maniche lunghe. «Va bene», disse. E si girò. A quel punto fu lui a seguire lei.
Tornò con lo sguardo al tabellone e vide un’Intercity in partenza dal binario sette. Corse togliendosi la giacca per il caldo. La raffazzonò nella borsa. Davanti all’ingresso dell’ultima carrozza il controllore. Fu più forte di lei e le parole uscirono incontenibili. Non ci aveva pensato nemmeno un attimo di fare la furba indisturbata né d’altronde di beccarsi una sonora multa. Così chiese diretta: «Posso salire anche con il biglietto dell’Eurostar? Sa è in ritardo e io..» «Sì, signora - le rispose bloccandola proprio mentre stava dando il meglio di sé sulle scuse inventate - sono saliti praticamente tutti. Troverà pieno ma si sbrighi che stiamo partendo».
Salì. Tre gradini e poi un fiume di gente nel corridoio. Stretta dal caldo si fece spazio e si incanalò. Uno, due, tre passi. Prima, seconda e terza carrozza. Nella terza però l’aria condizionata non funzionava più, segno che si era arrivati ai piani bassi: cominciava la seconda classe. Non c’era un posto libero. E già sapeva che avrebbe viaggiato tre ore in piedi. In testa le frullavano mille pensieri: il contratto, quel bacio che non l’aveva emozionata, il lavoro che avrebbe iniziato domani, e la cena di laurea e a cui sicuramente sarebbe arrivata di corsa e in ritardo.
Poi lui si girò.
«Che fa signorina, mi segue?»
Rapida, razionale come al solito. «Ma le pare? Sono in fila». «sa che le dico, io tornerei alla prima carrozza che fa più fresco, siamo in prima classe e c’è più spazio così si fa due chiacchiere. Che dice?»
In quel momento tre cose colpirono la sua mente: la c aspirata (era chiaramente toscano), quel sorriso a denti bianchi rassicurante e due occhi azzurri e grandi in grado di spalancare anche i suoi. Fino a due secondi prima era solo un completo gessato visto di spalle. Un uomo moro, alto un metro e ottanta che procedeva lento con a mano una cartella di pelle nera. Scarpe nere ben lucidate e camicia a maniche lunghe. «Va bene», disse. E si girò. A quel punto fu lui a seguire lei.
28 giugno 2013
Ricorda
Sono e rimango un gattino tra i rovi da salvare. Forse pecco di romanticismo e di fantasia di chiara matrice cinematografica. Ma mi aspetto un finale come mai visto in nessuna pellicola. Meglio di ogni bacio senza respiro, di ogni inseguimento che si tramuta in abbraccio, di un orizzonte e per tutta la vita. Mi aspetto un finale non scritto ma speciale, perché nostro. Originale e personale al tempo stesso. Un finale che si rispetti e ci assomigli. Perché siamo noi a volere che tutto questo accada. e lo vorremo fortemente. Io già (ti) voglio.
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