14 ottobre 2020

Il profumo del tempo perduto

Le ho intravviste in un angolo nascosto del negozio e non ho potuto farne a meno. Le ho comprate. Oggi la cucina profuma di patate dolci o, come le chiamavi te, patate americane. 

Mentre ne mangiavo una con un cucchiaino, ancora calda e bollente, appena sollevata dall'acqua di bollitura sono tornata indietro di oltre 35 anni a quelle giornate dove tutto sapeva di semplicità. A quei sapori autentici e perduti con cui sono cresciuta grazie a te. 

Il pane ripieno di burro e zucchero. La torta di fecola. Il caffè filtrato e riscaldato sopra la stufa. Le castagne lessate di cui non si riusciva a togliere la buccia e le favoine che tutti chiamano lupini, con un po' di sale sopra. L'arrotolato di patate e spinaci che servivi col sugo e che facevi solo te. I ghiacciolini colorati alla fanta con gli stecchini nel porta ghiaccio del freezer. Gli schioppetti, che per gli altri sono popcorn, con le pannocchie vere che noi sgranavamo per tenerci impegnate. Il brodo con tutte le sue frattaglie, alcune orride solo agli occhi ma quanto mi piaceva il riso coi durelli di pollo. E poi le patate americane che diventavano una torta, in quell'unico tegame di metallo, che sfidava a bontà la pinza onta con i ciccioli. 

Questa eri tu, nonna. E oggi, con questo odore buono in cucina, sono ritornata a quei giorni, in cui bastava una bici scassata per girare attorno alla casa, una paletta per giocare in giardino, un cagnolino abbandonato per condividere le coccole e qualche fiaba sui generis inventata sul momento per aprire mondi magici prima di un sonno che sempre tardava a venire. 

28 settembre 2020

Ctrl+alt+canc

Settembre è il mese della ripartenza. Del riavvio.
Riapre la scuola, si chiudono le valigie nell'armadio e la bici in garage. Ci si rifà qualche tessera, un nuovo abbonamento. Un diverso e più quieto look. 
Perfino l'orologio si appresta a muovere le sue lancette mangiando tempo mentre il lino cede alla lana e aumentano i gradi del cibo sul piatto e sulla pelle. Pronti a rimettersi in coda per andare in ogni dove, con l'ombrello a portata di mano e una sciarpa in borsa.
Accade tutto velocemente, in fretta. Anche il nostro corpo fatica ad abituarsi, a partire dai piedi nostalgicamente infreddoliti e ghiacci ma  con addosso (ancora) le infradito.
E così riparte anche il lavoro. A mille. 
Come un computer inceppato, dopo un ctrl-alt-canc digitato in malo modo sbuffando, lo schermo riacquista la sua luce e in un sol colpo si riaprono tutte le finestre che avevi lasciato aperto e che, per un sol attimo, si erano bloccate, congelate, freezate come ci ha insegnato il nuovo vocabolario delle videocall quando tutti parlano e qualcuno, per colpa della rete, resta immobile, fisso, disconnesso con una posa plastica da ghiacciolo in freezer.
Eppure questo settembre è ripartito più veloce del solito. Ma non è colpa del calendario che segue ritmi codificati e atavici. Dopo mesi di clausura (ops lockdown) e dopo lo sfogo estivo quasi liberatorio, sicuramente disordinato, siamo oggi tesi tra due forze centrifughe che ci rimandano a due opposte pulsioni che tuttavia generano lo stesso effetto: fare e correre. Correre e fare.
Vogliamo guadagnare il tempo perduto dopo mesi di pigiama party e video esasperanti, riprenderci il peso delle relazioni umane, riallacciarci alla vita aziendale e alle sue informazioni stanchi di essere fuori da tutto, tranne che dal nostro mondo.
E vogliamo il carpe diem: accelerare ora, subito, adesso. Fare tutto il possibile nel meno tempo possibile perché fra un mese potrebbero rinchiuderci in casa e allora... sappiamo già cosa ci aspetta perché lo abbiamo sperimentato.
E cosi questo settembre sposa l'atavica propulsione italiana al rimbocco di maniche post sollazzo agostano, mese dove di consuetudine questo Paese (intero) si blocca, al nuovo senso di recupero sociale post e pre-lockdown. Con l'effetto di essere più stanchi di sempre. Perché a questi ritmi (non operativi) ma fisici, a questo trantràn di saliscendi da città, treni, aerei, a questo traffico, ai clacson ... ci eravamo anche disabituati.



24 settembre 2020

Sfumano le lentiggini dal viso

E' arrivato il primo freddo, che in realtà è solo una diversa gradazione dell'aria, ma il corpo già si sta abituando a nuovi pesi, nuovi cibi, diverse abitudini e ritmi. Sfumano le lentiggini dal viso e pian piano ritorna il candore dopo i deboli rossi estivi. La pancia sente il bisogno di caldo, le gambe di un plaid morbido sul divano. Si ripongono i sandali e le infradito, la pelle nuda si sente a disagio senza una copertura velata. Si sciolgono nuovamente i capelli, le grucce dell'armadio cambiano tavolozza tra il sapore del mosto e l'odore delle castagne sul fuoco, bruciacchiate sul listone a tarda notte. Il giallo fluo si rinchiude dentro le ante, il rosso fragola delle labbra cede al rosa tenue della melagrana e anche le unghie mutano la loro veste accesa. Sfioriscono i luccicori dei bijou e le rose, il gelsomino vira sull'arancio; la sera imbrunisce già a tardo pomeriggio, la luce si fa debole, l'aria torna a odorare di vento e i prati di pioggia. Ritorna la nostalgia malinconica di questa stagione che appartiene più a te che a me che sono nata nel torrido luglio, tra i 40 gradi di una valle afosa. Eppure mai come quest'anno, l'autunno mi sembra la stagione perfetta: una via di mezzo tra due estremi, una piccola pausa di transizione capace di rendere questo contingente una piacevole attesa di ciò che verrà.  

18 settembre 2020

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore

I social sono diventati un micro buco della serratura con cui spiare, di nascosto, gli angoli delle lontane vicende altrui. 
Quelle che talvolta vorresti non vedere eppure la curiosità ti porta a non staccare mai gli occhi. 
E così scruti gelosamente alcuni frame scelti e posati. 
Pezzi di un puzzle che non riesci mai a comporre, non nella cornice. La puoi solo immaginare. 
Come immagini gli altri sensi non visibili: l'odore della scena, il rumore di quella voce, il sapore dell'esperienza, dell'aria che circola lì attorno, il peso del clima, il tatto dell'emozione.
Indaghi dietro i sorrisi veri, quelli tirati e quelli finti. 
Cerchi le crepe dietro i restyling di luce e gli effetti dei lifting. 
Setacci il buono dal cattivo. 
Commenti con il pensiero. 
E alla fine trattieni i polpastrelli e velocemente passi altrove... 
... alla storia successiva.

3 settembre 2020

Holidays

Ho cercato il verde e il blu. Le sfumature di smeraldo e tutti i gradi del ceruleo. Il silenzio delle vette. Lo scroscio dell’acqua sui sassi. La fatica della salita, il fiato che si spezza, la brezza in quota. Il sale che resta sulla pelle, i grani di sabbia incollati alle dita. Ho mangiato senza regole o limiti, assaporando i gusti delle diverse latitudini. Ho scelto un libro, l’ho iniziato e finito. Ho dimenticato di avere un cellulare. Ho osservato, ascoltato, sentito, assaporato e vissuto... con te.

5 agosto 2020

Uomini e topi

A te che riemergi dal passato remoto come un Ufo indistinguibile nel cielo. Un lampo improvviso dalle forme incomprensibili, almeno di primo acchito. 
A te che non ti sento-vedo dalla prima media e di cui ricordo i tratti somatici da giovanetto imberbe e il mio batticuore quando ti incrociavo. 
Ti ho letteralmente inseguito e rincorso come primo piccolo grande amore adolescenziale e non mi hai badato che un sottil attimo. Ti guardavo le spalle in quei minuscoli banchi di scuola mentre ti riprendevano a suoni di note sul registro e te canzonavi gli insegnanti. 
Io, prima della classe. Te, bocciato al primo anno.
Ora ti ripresenti dal passato per chiedermi come sto. E io non capisco. 
Poi quella domanda così chiara, immediata, maschile: sei sposata? E il finale senza effetto: e stai bene? 
Sei sparito in un batter di ciglia appena le dita delle mie mani sulla tastiera hanno troncato ogni possibile altra riga di testo con un semplice e spontaneo, perché vero: "benissimo". 
E ora so per certo che non ti risentirò per i prossimi 30 anni perché hai voluto soltanto gettare un'esca e ribadirmi in soli 3 minuti quanto talvolta gli uomini siano fin troppo semplici e stupidi. 
Hai fatto il paio, come si direbbe dalle mie parti, con chi ha inondato per mesi il mio cellulare di chiamate chilometriche per lamentarsi, indugiare, coprire i tempi vuoti e, talvolta, anche insegnare. Quel cellulare non suona da un mese. Quei fiumi di parole si sono asciugati in un giorno qualsiasi, senza un senso né un apparente significato. Forse per dolo o colpa. Non ci è dato sapere. 
Ho chiesto, inseguito e cercato solo per capire. Ma te sei fuggito come un ladro di soppiatto, sparito dai radar senza alcun motto. E ora c'è un silenzio sospeso che neanche la millantata professionalità infrange. 

4 agosto 2020

La gioia di essere tristi

Anche la tristezza ha le sue sfumature. Virano come le giornate, seguono il meteo, l'abbondanza della pioggia e i gradi del termometro. Si declinano nelle stagioni dei libri, nella scelta dei colori e nella forma estetica di vestiti. E' un peso sulle spalle di cui, con il passare degli anni, si può solo alleggerire il carico. 
Il più delle volte è una forma di assenza. La maggior parte è una complessa malinconia: di qualcosa che si aveva e non c'è più, qualcosa che si vorrebbe e non c'è ancora. 
La tristezza è una lunga e impalpabile linea nel tempo senza inizio né fine. E' la scintilla del genio. La musa della scrittura. Il motore delle anime pure, quelle che non hanno paura della gioia di essere tristi.